I rui cumpari

                                              I   rui   “compari”*

 

Giovanni  "re  Iemmolo" e  Giovanni  “re  vespa” erano  “San  Giovanni”  in onore del Santo che battezzò  Gesù e si chiamavano “compari”. Giovanni  “re  Iemmolo” era l’organista di Novi,ma per poter mangiare faceva il ciabattino. Periodicamente andava a trovare Giovanni “re vespa”  e gli restituiva le scarpe che aveva ricucito. Qualche volta portava anche dei sandali nuovi per le figlie (Giovanni “re  vespa” aveva quattro figlie da maritare). Tutto questo avveniva di sera e alla fine della settimana. Gli incontri si svolgevano nella stanza che fungeva da cucina,soggiorno   e sala da pranzo. Cumpa Giovanni “re  vespa”,sapendo che sarebbe venuto “o scarparo” ,aveva  già predisposto un fiasco pieno di vino,una mezza “panedda re pane” e un pezzo di formaggio (pe ngiazzeccà o vino). Come ricompensa del servizio di cucitura. “ O scarparo” entrava timidamente e si informava della salute della famiglia e dei figli in particolare,poi si andava ai tiempi passati.

“Ne cumpa te ricuordi? E come no compa! E intanto i bicchieri di vino venivano tracannati più velocemente. Alla fine i due compari si “scolavano” tutto il fiasco di vino ,mangiavano il pezzo di formaggio e,trascurando il pane,facevano arrabbiare zia Maria moglie di Giovanni “re  vespa” che sperava mangiassero di più e bevessero di meno. Accadde che… Giovanni “re  Iemmolo”senti’ il bisogno di andare al bagno e chiese “ne cumpa” avessa fa no poco r’acqua,addò a pozzo fa? L’altro di rimando rispose “va inta l’uorto!” E lo accompagnò “inta o vottaro” dove c’era la porticina  che dava sull’esterno della casa, Giovanni “o scarparo” scaricò il peso che teneva in corpo e rimase fuori a respirare un poco d’aria fresca,perché il vino gli aveva dato alla testa. L’altro compare, anche lui avvinazzato e dimentico dell’amico che stava fuori,si mise a travasare vino “inta o vottaro”.Mentre stava riempiendo di nuovo il fiasco,si accorse che la porta esterna si stava aprendo lentamente dall’esterno. Subito si allarmò e d’istinto prese “n’asculedda” re casta-gno (un pezzo di legna da ardere) con l’intento di colpire l’eventuale ladro.Immaginate il compare “organaro”che rientrava comodamente quando si trovò di fronte l’altro compare “armato” pronto a colpirlo e che lo apostrofava dicendo : chi si? Che nge fai inta o vottaro mio? E l’altro,sbiancato in volto e tutto mortificato,rispondeva :  so compa Giovanni    “re Immolo”, per l’amor di Dio posa sa leuna,non te ricuordi ca so ghiuto a fa no poco  r’acqua  inta l’uorto? Zia Maria, prevedendo la scena, subito scese in cantina a calmare i bollenti spiriti del marito e a mettere pace tra i due buontemponi. Calmate le acque,alla fine,zia Maria citò il solito proverbio: “ O VINO E’ BUONO SULO  QUANNO   STAI INTA A VOTTE”.

 

* Tratto da  “ Storia della nostra gente “ di Antonio Iannuzzi